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I risultati dello studio EMPA-REG OUTCOME per Empagliflozin

Per la prima volta un farmaco anti-iperglicemizzante dimostra un beneficio sulla mortalità cardiovascolare nei pazienti con diabete mellito

I risultati dello studio EMPA-REG OUTCOME per Empagliflozin sono stati presentati nel corso del 51° Congresso Europeo di Diabetologia (EASD) recentemente tenutosi a Stoccolma, e pubblicati sul New England Journal of Medicine il 17 settembre scorso: Zinman B, Wanner C, Lachin JM, Fitchett D, Bluhmki E, Hantel S, Mattheus M, Devins T, Johansen OE, Woerle HJ, Broedl UC, Inzucchi SE; EMPA-REG OUTCOME Investigators. Empagliflozin, Cardiovascular Outcomes, and Mortality in Type 2 Diabetes. N Engl J Med. 2015 Sep 17. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 26378978.

Empagliflozin rientra in una nuova classe di molecole chiamate inibitori del co- transportatore sodio- glucosio di tipo 2 (SGLT-2)

Uno studio multicentrico randomizzato in doppio cieco, placebo-controllato, che ha coinvolto 7020 pazienti con diabete di tipo 2 ad elevato rischio cardiovascolare (pregresso infarto, coronaropatia, scompenso cardiaco, ictus), con età media di circa 63 anni, compenso glicemico accettabile (HbA1c al basale di circa 8%, con diagnosi di diabete da più di 10 anni, nel 57% dei casi).
I pazienti erano già in trattamento ipoglicemizzante con metformina nel 74% dei casi, sulfaniluree nel 42%, insulina nel 48% e glitazoni nel 4%.
Dal punto di vista cardiovascolare i pazienti erano già in trattamento con ace-inibitori e sartani (81% circa), statine (77% circa) e ASA (83% circa).
Il trial clinico prevedeva un braccio trattato con placebo, un braccio con Empagliflozin 10mg, ed un braccio con Empagliflozin 25mg, per una durata di osservazione media di oltre tre anni. L’endpoint primario era rappresentato dalla riduzione del rischio CV valutato secondo la scala MACE a 3 punti (mortalità cardiovascolare, infarto non fatale, ictus non fatale).

I risultati sono stati sorprendenti: i pazienti trattati con Empagliflozin in associazione allo standard di terapia hanno mostrato:
- Riduzione significativa del 14% del rischio cardiovascolare nei pazienti trattati con Empagliflozin in associazione allo standard di terapia
- Riduzione significativa del 38% della mortalità cardiovascolare
- Riduzione significativa del 32% della mortalità per tutte le cause
- Riduzione significativa del 35% dell’ospedalizzazione per scompenso cardiaco

I risultati assumono maggiore rilevanza in considerazione del fatto che la superiorità è stata dimostrata da Empagliflozin rispetto allo standard di trattamento per il quale i pazienti erano già trattati nel 94% dei casi con antipertensivi (in gran parte ACE-inibitori e sartani) e nel 77% casi con statine. 
I risultati sono sovrapponibili per entrambi i dosaggi di Empagliflozin. A questo si aggiunge un profilo di efficacia e sicurezza su parametri clinici consistente con i dati finora prodotti. L’empagliflozin ha infatti prodotto una riduzione dell’emoglobina glicata senza aumentare il rischio di ipoglicemia, ridotto il peso e la pressione arteriosa, determinato un piccolo aumento di colesterolo LDL e HDL. L’aumento delle infezioni genitali, causato dal farmaco, è risultato nel complesso ben tollerato.

Il primo autore dello studio Bernand Zinman, ha così dichiarato: “Per empagliflozin, il NNT (Number Needed to Treat, cioè il numero di pazienti che è necessario trattare per risparmiare un caso di morte) è 39 nei 3 anni di durata dello studio EMPA-REG. In altre parole è necessario somministrare empagliflozin per tre anni a 39 pazienti, per risparmiare un decesso da cause cardiovascolari. Su 1000 pazienti con le caratteristiche di quelli dello studio EMPA-REG, trattati per 3 anni, l’empagliflozin andrebbe dunque a salvarne 25 dalla morte e risparmierebbe 14 ricoveri per scompenso cardiaco, al prezzo di 53 infezioni genitali in più”.

Si tratta dunque del primo trial clinico che mostra una riduzione significativa del rischio e della mortalità cardiovascolare con un nuovo farmaco antidiabetico. I meccanismi alla base dei benefici cardiovascolari osservati sono tuttora poco chiari. E’ ipotizzabile che siano da attribuire alla combinazione degli effetti pleiotropici legati all’inibizione del SGLT-2, al di là del miglioramento della glicemia: la riduzione del peso corporeo e della pressione arteriosa, il miglioramento della rigidità arteriosa e la riduzione della richiesta di ossigeno dal miocardio, dell’albuminuria e dell’acido urico.

Questi dati, assolutamente imprevedibili sulla base dei precedenti studi di outcome cardiovascolare (Savor-TIMI, TECOS), probabilmente modificheranno le attuali linee guida di trattamento del paziente affetto da diabete di tipo 2, e richiederanno un’attenta valutazione da parte dell’AIFA circa i limiti di prescrivibilità.


 
 
 
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